Maria Rosa Franzoi Del Dot

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"I TRE MOMENTI FONDAMENTALI NELL’INDAGINE SU KAFKA. 1981 .” KAFKA. NELLA METAFORA KAFKIANA IL PROCESSO ALA PAROLA. Il saggio è entrato nella cinquina finale del Premio Viareggio e ha avuto una segnalazione del prof. Giovanni Vittorio Amoretti sulla Gazzetta di [...]" · Vedi
  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha scritto un nuovo libro: Due passi più in là   7 mesi fa · Vedi

    Il volume porta avanti la ricognizione sull’Opera kafkiana aggiornando e ribadendo l’analisi presentata nei precedenti saggi dell’autrice. Nel Processo di Kafka l’estenuante ricerca della colpa rimane senza esito. Ma nel romanzo non è solo il procuratore K. a essere sotto accusa: sulla graticola è la lingua tedesca, semplificata, castigata e ridicolizzata, e con essa l’ignaro lettore, sfinito e [...]

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   11 mesi, 2 settimane fa · Vedi

    I TRE MOMENTI FONDAMENTALI NELL’INDAGINE SU KAFKA.

    1981 .” KAFKA. NELLA METAFORA KAFKIANA IL PROCESSO ALA PAROLA.
    Il saggio è entrato nella cinquina finale del Premio Viareggio e ha avuto una segnalazione del prof. Giovanni Vittorio Amoretti sulla Gazzetta di Parma ” per novità di impostazione e di interpretazione.”
    IN questo saggio ho messo in evidenza come nel testo kafkiano ci siano due linguaggi.C’è un secondo linguaggio che non viene percepito dal lettore che non ne sospetta la presenza . Questo linguaggio si esprime per immagini e per gestualità. A questo secondo linguaggio ”clandestino” Kafka consegna la vera l’identità dei personaggi e della loro storia
    C’è una dialettica molto precisa che regola il rapporto fra i due linguaggi: il primo linguaggio – il linguaggio ”ufficiale” il solo recepito dal lettore- trova la sua verità specchiandosi nelle immagini e nella gestualità del linguaggio ”clandestino” di cui il lettore ignora la presenza.
    Le immagini comunicano fra di loro con il mormorio della somiglianza e raccontano un storia che non è quella ufficiale.
    La consapevolezza dei due linguaggi da parte del lettore è fondamentale per entrare nella simbologia kafkiana.

    2012 ” LE CARTE TRUCCATE DI FRANZ KAFKA Erickson Editore
    In questo secondo saggio entra in scena il teatro jiddish con i suoi attori ambulanti che soggiornarono a Praga nell’autunno del 1911.
    Di quel teatro e dei suoi attori Kafka era entusiasta , non perdeva una recita, avrebbe voluto salire sul palco e recitare assieme agli attori.
    In quel teatro Kafka aveva ritrovato il suo passato – aveva trovato l’jiddish la lingua dei padri – e vi troverà il suo futuro.
    Nella regia del teatro jiddish le recite avvenivano su due piani: la recita ufficiale in primo piano e ,sullo sfondo, in secondo piano, l’esibizione di due mimi – un uomo e una donna travestita da uomo – che rovesciavano in parodia ciò che veniva recitato
    In primo piano.
    La recita di primo piano finisce in parodia nella mimica di attori irresistibili
    La doppia recita diventerà ,nei romanzi di Kafka, il doppio linguaggio.
    C’è nei romanzi di Kafka un primo piano con la recita dei protagonisti e un secondo piano con le immagini e la gestualità che custodiscono la vera identità dei personaggi e il significato della loro vicenda
    Il Procuratore K. diventa bersaglio della pantomima inscenata dal tribunale, è ridotto ad una barzelletta, ad uno stupratore per via della sua dialettica che ipnotizza l’uditorio, ad un mendicante che, dopo aver messo il capello sotto la panca, aspetta che qualcuno si accorga di lui.
    Secondo Kafka l’alienazione dell’ebreo – il non rendersi conto della reale situazione in cui si trova nei confronti del mondo tedesco – è dovuta alla lingua che gli ebrei ”hanno rubato” ai tedeschi – ”la lingua rubata”.
    La lingua tedesca è una benda sugli occhi che impedisce di vedere ”due passi più in là” la tragedia imminente.
    La lingua tedesca non ha niente a che fare il passato degli ebrei, con tutta l’esperienza e la conoscenza che da quel passato gli era venuta.
    Nella nuova lingua il loro passato, la loro storia non solo è muta ma è diventata una colpa che va rimossa.
    Con amarezza Kafka ne ha preso atto nel corso delle sua conferenza sulla lingua jiddish quando ha visto sul volto dei presenti il disagio se non addirittura il disgusto nei confronti di quella lingua da emarginati, testimonianza di un passato da dimenticare e seppellire per sempre.

    LA VERA STORIA DEL PROCURATORE K. E DEL SUO IGNARO LETTORE NEL
    PROCESSO DI KAFKA
    Per sua stessa definizione Kafka non può essere scrittore perchè ”un ebreo che scrive in tedesco non può essere scrittore ”
    Kafka dunque non può essere scrittore ” ma può essere regista e può mettere in scena la lingua che gli impedisce di essere scrittore, può processarla e condannarla.
    Nel Processo Kafka mette in scena la ”lingua rubata” la lingua che l’ebreo aveva rubato ”come uno zingaro ruba un bambino dalla culla”.
    La lingua rubata è sulla graticola del romanzo ,è ridotta a parodia nei monologhi del protagonista,nei discorsi di Huld l’avvocato e negli sproloqui di Titorelli ,il pittore che con i suoi ritratti dava patenti ai giudici.
    Nei lunghi monologhi del Procuratore K.la lingua è pura alienazione : nel mondo tedesco della finanza K.aspira a diventare direttore di una banca i cui vertici ridono di lui come di una barzelletta,,quella barzelletta schizzata in quattro e quattr’otto sul foglio del memoriale destinato al suo processo.
    L’alienazione del Procuratore K: riflette l’alienazione dell’ebreo che si crede a casa sua mentre in realtà è un intruso in casa altrui.
    Sulla graticola del romanzo c’è anche il lettore imprigionato nella lingua rubata sfinito da interminabili discorsi che non portano da nessuna parte, invischiato in una vicenda alla quale si sforza inutilmente di dare un significato.
    Anche Primo Levi traduttore del Processo per l’Editore Einaudi ha subito la frustrazione del non senso :: ha cercato di dare un senso a ciò che traduceva e confessa di essere uscito da quella esperienza ”come da una malattia.”
    La lingua del Processo è povera, castigata nel lessico e nella sintassi, è stato scritto che ” è la lingua di chi va ad uno sportello a chiedere informazioni ”
    Quella povertà ha suscitato interrogativi e ipotesi.
    Il critico Pascale Casanova ipotizza che Kafka abbia scelto quella povertà
    di scrittura ”pour ne pas écrire en allemand”
    È vero, Kafka non voleva ”non poteva” écrire en allemand ma è andato oltre : quella lingua che gli impediva di essere scrittore l’ha portata davanti a un tribunale, l’ha processata e condannata e infine l’ha costretta alla confessione. L’ha costretta a incarnarsi nei sassi di una piccola cava alla periferia della città -piccola e marginale è la cava perchè piccola e marginale è la lingua tedesca dell’ebreo – per mollstrarsi quale essa è veramente : è un muro, è quel muro che lo scolaro disobbediente -futuro protagonista del romanzo ”Il Castello” ha scalato contro il divieto dei maestri e ha visto, arrivato in cima, la distesa delle tombe.
    E’ la lingua dell’ebreo -tedesco nella visione kafkiana.
    Quella lingua Kafka l’ha messa in croce e ha messo in croce anche il lettore ignaro del ”gioco al quale Kafka stava giocando ”impegnato nello sforzo vano di dare un significato lì dove c’era soltanto l’inganno come risposta beffarda al disagio che Kafka aveva letto sul volto dei presenti durante la conferenza sulla lingua Jiddish
    Quella lingua andava dimenticata, era una lingua da emarginati, la loro lingua era, ora ,il tedesco.
    Nella nuova lingua l’jiddish e il passato che esso rappresentava era diventato una colpa da dimenticare : è la colpa che Kafka deve trovare e confessare per uscire dal Processo.

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   1 anno fa · Vedi

    LA STELLA DI DAVIDE

    Gli amici che ascoltavano dalla viva voce di Kafka la storia del Procuratore K.
    si mostravano indignati e sgomenti per l’ingiustizia di cui K. era vittima.
    Racconta Max Brod che nel vedere la loro indignazione Kafka scoppiava in una fragorosa risata al punto di dover interrompere la lettura del suo romanzo.
    Era una risata amara e beffarda, era come l’urlo del prete nel silenzio del Duomo :
    Il prete grida la sua impotenza perchè vede K. Precipitare e non può fare nulla per salvarlo.
    Kafka vedeva precipitare i suoi amici e non poteva fare nulla per salvarli ,poteva solo ridere della loro cecità, del loro vivere ignari in un mondo che li detestava e di cui la lingua che avevano in comune era soltanto una maschera che nascondeva il disprezzo nei loro confronti.
    Poteva solo raccontare loro una storia -la loro storia- ben sapendo che sarebbe caduta nel vuoto, sarebbe stata la voce che grida nel deserto
    ”Tutti sono molto gentili con A.” – con l’ebreo askenazita – scrive Kafka nell’aforisma di Zurau. Tutto è sospeso nell’attesa del campione che su quel biliardo che era il mondo ebraico avrebbe giocato la partita definitiva e l’avrebbe giocata ”senza alcun riguardo ”.
    Una mattina i suoi amici si sarebbero svegliati con gli emissari del tribunale in camera da letto e sarebbero stati arrestati. Sorpresi per quella irruzione avrebbero pensato esattamente quello che aveva pensato il Procuratore K. quando si vide davanti i due guitti mandati dal tribunale con il mandato di arresto : ”vivevano in uno stato legale, tutte le leggi erano in pieno vigore, chi era che osava di fargli violenza dentro la loro
    stessa casa? ”
    E poichè essi chiedevano di conoscere quale fosse la loro colpa , sarebbe stata cucita sulla loro casacca da carcerati la stella di David.

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   1 anno, 1 mese fa · Vedi

    KAFKA SCRIVE IL PROCESSO NELLA LINGUA RUBATA
    Secondo Il il critico francese Marthe Robert il legame del lettore con il libro – il campo magnetico di cui parla Adorno -sarebbe legato ad un problema di tecnica narrativa .Kafka avrebbe sostituito il problema del perchè scrivere con l’altro problema del come scrivere e la risposta dello scrittore sarebbe la seguente :” ”L’essere della letteratura non è altro che la sua tecnica.”
    Di tecnica narrativa Kafka era maestro, ne ha saccheggiato le infinite possibilità, ne ha sondato tutta la potenzialità. Nel Processo coinvolge il lettore nella ricerca della colpa – la colpa viene tenuta nascosta sia al lettore sia al colpevole -diversamente da quanto avviene negli intrighi romanzeschi dove ”il misfatto appare subito fi dall’inizio e ciò che viene rivelato soltanto alla fine è il nome del malfattore. Coinvolto nella ricerca della colpa il lettore entra nel libro ”mani e piedi ”,di pagina in pagina si aspetta di trovarla ma inutilmente, alla fine rimane la frustrazione.
    Kafka nega al lettore la conoscenza della colpa è nello stesso tempo la inserisce nel testo in un linguaggio che il lettore non conosce, gliela mette letteralmente sotto gli occhi.C’è nel testo un doppio linguaggio ad insaputa del lettore.
    La tecnica narrative ha in Kafka mille accorgimenti, mille sotterfugi, mille acrobazie che tengono il lettore sospeso in aria senza una rete di protezione.
    Ma la magia che tiene il lettore legato al testo non nasce solo da accorgimenti tecnici.
    Kafka sfrutta la magia che è nel linguaggio in quanto tale -nel linguaggio tour court -
    Ed è proprio questa la sua carta vincente .
    A proposito di Ulisse e delle sue astuzie – ” Ulisse era così ricco di astuzie, era una tale volpe che nemmeno il fato poteva entrare nel suo cuore ” -Kafka scrive che ”con dei mezzucci ” Ulisse aveva ingannato le Sirene : con una corda per farsi legare all’albero della nave e con una manciata di cera per rendere sorde le orecchie dei marinai al canto irresistibile delle divinità .
    Con una manciata di ideologia Kafka incanta il lettore ,gli chiude occhi e orecchie.
    Una manciata di ideologia e nulla di più perchè non si parla di Dio e nemmeno di Patria ma di un posto fisso possibilmente in banca e un posto di fattorino in un albergo.
    Il posto fisso è un mito per chi vive nella paura e nee’incertezza.
    I protagonisti di America e del Processo raggiungono lo scopo, credono di essere al sicuro ma una sorte avversa li perseguita, due vagabondi stanano Carlo Rossman
    Dall’albergo Occidentale , un tribunale di ciarlatani stana il Procuratore K. Dalla banca.
    La ”strada ” li tiene d’occhio e la strada è il ghetto, è il passato che ritorna.
    Kafka lo vedeva ritornare quel passato che gli ebrei-tedeschi cercavano di dimenticare.
    Non basterà a salvarli la lingua rubata che gli aveva fatto credere di essere tedeschi.
    La lingua rubata porterà K. Ad una piccola cava dove sarà sgozzato ”come un cane”.
    E Carlo Rossmann si salverà dopo aver abbandonato al di quà del podio la sua valigia con tutti i suoi da bravo studente che sognava di diventare ingegnere meccanico.
    Si salverà dopo aver rinnegato anche il suo nome ed essere diventato semplicemente ”Negro, operino meccanico.”
    Kafka imprigiona il lettore nel cerchio della lingua rubata perchè è nella lingua rubata che Kafka scrive il Processo.
    La lingua del Processo è povera, asfittica, castigata nel lessico e nella sintassi, è la lingua burocratica di chi va ad uno sportello a chiedere informazioni.
    E la lingua che aveva fatto credere agli ebrei di essere tedeschi.
    Kafka incanta il lettore , lo ”ubriaca” versandogli da bere ”il vino suo medesimo, quello che gà gli aveva dato alla testa ”
    E un’usanza -dice il Manzoni al quale abbiamo rubato le parole – è un’usanza antica e mai abbastanza screditata quella di versare al pubblico il vino suo medesimo, quello che già gli ha dato alla testa.”

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   1 anno, 1 mese fa · Vedi

    QUANDO L’INCONSCIO è INTRAPPOLATO NELLA VERITA

    Se c’è un libro inverosimile questo è il Processo. Se c’è un libro coinvolgente è ancora il Processo.. C’è da chiedersi come un lettore possa essere coinvolto in una storia assolutamente assurda, come possa stare in pena per un personaggio che viene accusato e messo sotto processo da un tribunale che è palesemente una farsa, una presa ingiro.
    C’è una magia nella scrittura di Kafka? Il critico Adorno sembra esserne convinto. Adorno vede un lettore impaurito che teme, come nei films tridimensionali, che la locomotiva esca dallo schermo per piombargli addosso.. Il lettore teme che il tribunale esca dal romanzo con il dito puntato contro di lui?
    Adorno parla di incantesimo ” sopra lo spazio di Kafka grava un incantesimo (….) Gli uomini colpiti dall’incantesimo non agiscono autonomamente bensì come se ciascuno di loro fosse dentro un campo magnetico.”
    Il campo magnetico in cui viene a trovarsi il lettore è semplicemente tutta quella verità consegnata alle immagini . In quella verità non si specchia solo il Procuratore K. si specchia anche il lettore con le sue aspirazioni, con i suoi miti.
    Sono immagini forti e intriganti quelle che Kafka ci mette davanti agli occhi.
    Chi approfitta della propria abilità dialettica per privare chi lo ascolta della propria
    libertà di giudizio e sottometterlo alla propria volontà è uno stupratore
    Chi si affanna a salire i gradini di una carriera che è tutta nelle mani degli altri che non lo amano e non lo stimano diventa oggetto di ironia e di irrisione ,diventa quella barzelletta di borsa che il direttore della banca schizza in pochi tratti sul foglio destinato al memoriale.
    E, ancora, il questuante che va col cappello in mano a chiedere un posto di lavoro è il mendicante che, seduto nel corridoio su una panca di legno, dopo aver messo il cappello sotto la panca, aspetta che qualcuno si degni di prenderlo in considerazione.
    Sono immagini impietose e in quelle immagini non si specchia solo il Procuratore K. si specchia anche il lettore.
    Sono situazioni di cui gli ebrei di Praga avevano esperienza visto che vivevano in casa
    altrui. Impietose dunque le immagini ma con una loro indiscussa verità’ alla quale non ci si può; sottrarre.
    E il lettore è intrappolato dentro tutta quella verità’ anche se ne è inconsapevole.
    Si aspetta una risposta da tutte quelle immagini , la aspetta dallo scrittore ma
    dovrà trovarla da solo.

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   1 anno, 1 mese fa · Vedi

    ANCHE IL LETTORE FINISCE NELL’INGANNO DELLA LINGUA RUBATA.
    Kafka scrive il Processo nella lingua rubata (”la lingua di chi va ad uno sportello col cappello in mano a chiedere informazioni”, la lingua dell’ebreo – tedesco) e in questo modo ricostruisce per il lettore la stessa situazione in cui si trovavano gli ebrei di lingua tedesca: imprigiona il lettore dentro il muro della lingua rubata.
    E’ necessario scalare il romanzo per trovare, al di là del romanzo, le sue vere ragioni.
    Kafka non affida ad un messaggio le sue previsioni perché ben sa che sarebbero cadute nel vuoto o, peggio ancora, nell’irrisione.
    Consegna le sue previsioni ad una parabola, alla vicenda incredibile del Procuratore K..
    Solo quando la vicenda del Procuratore K. si incarnerà nei fatti della storia il romanzo mostrerà le sue ragioni in tutta la sua tragica preveggenza.
    Incarnarsi nella realtà dei fatti è l’unico modo per testimoniare la verità : l’Incarnazione è la legge che sostiene tutta la costruzione kafkiana ed ha nel racconto ”La metamorfosi” il suo ”manifesto”: chi è insetto trova la sua verità incarnandosi in un insetto.
    I padri che riducono ad insetto i figli sono una costante nel mondo kafkiano: i padri ebrei che privano i figli della loro vera lingua per sottometterli alla lingua rubata li costringono ad entrare in un mondo straniero di cui non hanno conoscenza.
    In quel mondo si muovono a mezz’aria, appena sopra il suolo, ”camminano lungo una corda che non è tesa in alto ma appena al di sopra del suolo. Sembra destinata a far inciampare più che ad essere percorsa.” (Aforisma di Zurau)
    Questo camminare per aria senza mai toccare terra è proprio del lettore del Processo.
    In un’aria rarefatta cammina il lettore sospeso agli interminabili discorsi dell’avvocato Huld e del pittore Titorelli. In quei discorsi la lingua rubata è ridotta a parodia nel ridicolo di una logica che si contraddice continuamente senza pudori ma il lettore resiste vi cerca uno spiraglio che lo porti finalmente alla conoscenza della colpa.
    Anche Primo Levi il traduttore del Processo per l’Editore Einaudi, pur soffrendo il peso di quei discorsi non pensa all’inganno, interviene sulla punteggiatura nel tentativo di restituirgli un minimo di credibilità, di leggibilità. Ho avuto pietà del lettore -scrive Primo Levi- ma sono uscito da quella fatica del tradurre ”come da una malattia”.
    La parabola del Procuratore K. resterà a lungo un enigma: la cifra dell’enigma è nel
    doppio linguaggio la cui conoscenza può nascere solo da un’intuizione.
    C’è un momento, nel romanzo America, in cui i due linguaggi sono l’uno di fronte all’altro e possono essere colti nella loro dialettica .
    Siamo nell’ufficio del capocameriere, il direttore del personale, regolamento alla mano, sta per licenziare Carlo per una infrazione sul lavoro: si è allontanato per pochi minuti dall’ascensore. Nell’ufficio entra il capoportiere Teodoro per godersi lo spettacolo, si impadronisce del braccio di Carlo e lo stringe come volesse spezzarlo: la violenza del regolamento che decreta il licenziamento di un ragazzo per un nonnulla di infrazione sul lavoro, si specchia nella brutalità del portiere Teodoro che la rende visibile.
    La colpa nascosta nei meandri del linguaggio si confessa in questo modo, diventando visibile, facendosi ”carne ed ossa ” nella realtà dei fatti.
    E’ la legge dell’incarnazione.
    L’incontro con il teatro jiddish, con il suo dissacrante linguaggio, con la sua mimica irresistibile che rovescia in parodia ciò che viene recitato in primo piano e mette in luce la verità nascosta, aveva portato l’ebreo-tedesco Franz Kafka all’intuizione di una verità che nella lingua rubata rimaneva accuratamente nascosta: l’attesa da parte dei tedeschi del grande giocatore che su quel biliardo che era il mondo ebraico avrebbe giocato la partita vincente e l’avrebbe giocata ”senza alcun riguardo”.
    ”Tutti sono molto gentili con A , (A sta per Askenazita cioè per ebreo tedesco – nota dell’ autrice) un po’ come ci si premura di impedire che un eccellente biliardo venga usato anche da buoni giocatori, finché non arriva il grande giocatore, che esamina minuziosamente il piano verde, non tollera la minima imperfezione precedente, ma poi, quando lui stesso comincia a giocare, infuria senza alcun riguardo” (aforisma di Zurau
    Adelchi pg.119).

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   1 anno, 1 mese fa · Vedi

    UNA AMARA E BEFFARDA RISATA
    Questo mio ultimo saggio ” La vera storia del Procuratore K. e del suo ignaro lettore nel Processo di Kafka chiude il cerchio di un discorso iniziato nel 1981 con il saggio:
    ”Kafka. Nella metafora kafkiana il processo alla parola.” ( il saggio è entrato nelle cinquina finale del premio Viareggio )
    Già in quel primo saggio Il Processo è visto come una partita giocata fra lo scrittore e il lettore.. La posta in gioco è ”la colpa”: il lettore è colpevole finchè non trova la colpa.
    Il Processo è un messaggio in codice, spetta al lettore trovare la cifra del codice.
    Kafka conduce il lettore lungo gli estenuanti meandri di una scrittura che non porta da nessuna parte, ripropone sempre se stessa e lo abbandona alla fine in una piccola cava alla periferia della città dove il Procuratore K. Viene sgozzato da due guitti
    emissari del tribunale, da due attori di infimo grado, gente che reità in locali malfamati di periferia com’era a Praga, il Caffè Savoy.
    K. Viene giustiziato e il lettore viene scaricato nel vuoto dell’assurdo perchè non ha trovato la colpa.
    La colpa rimane un mistero eppure essa sembra a portata di mano -lì lì per essere rivelata come quel piatto di vivande che si trova davanti a Tantalo ma inesorabilmente si allontana non appena Tantalo avvicina la bocca.
    La colpa resta un mistero.
    È evidente che Kafka si gioca il lettore , lo invischia in una situazione assurda e assolutamente incredibile e malgrado questo, lo tiene saldamente in pugno.
    Il Procuratore K. È una persona al di sopra di ogni sospetto , è Procuratore di una grande banca , è destinato a diventarne il Direttore, le sue capacità dialettiche
    sono invidiabili,incantano l’uditorio.
    Di fronte a lui c’è un tribunale di straccioni che ha gli uffici nelle soffitte di case popolari di periferia, ,sono buffoni, gente analfabeta che parla a segni, gesticolando, che ride del Procuratore K. della sua incapacità di vedere la colpa che gli vanno mettendo davanti agli occhi in continuazione con la loro gestualità.,con le immagini che vanno di volta in volta evocando.
    K. é nelle loro mani ,se non si fanno vivi li va a cercare, obbedisce a tutti i loro ordini.
    Il tribunale parla la lingua del ghetto ,che K. ,ebreo-assimilato non conosce ,parla la lingua del teatro jiddish che Kafka aveva incontrato all’età di 29 anni , nell’autunno del 1911, quando una compagnia di attori ambulanti era finita a Praga.e recitava al Cafè Savoy ,un locale malfamato di periferia.
    Da quel teatro Kafka sembrava stregato. Non perdeva una rappresentazione, sempre in prima fila ma avrebbe voluto salire lui stess su quel palco a recitare assieme agli attori.
    Tutto quel repertorio di qui pro quo, di sberleffi, di pantomime lo mandava in visibilio.
    C’erano due mimi – un uomo e una donna- che ,in secondo piano, facevano il verso a chi recitava la sua parte in primo piano, alla prima donna o all’attore protagonista.
    Ritroviamo nel Processo quei mimi e ritroviamo l’attore protagonista il Procuratore K. che recita in primo piano la sua parte e che è bersaglio della pantomima inscenata dal tribunale . Il Procuratore K. è ridotto ad una barzellette schizzata alla meno peggio sul foglio destinato al memoriale che il tribunale voleva da lu, per il suo processo ; è ridotto ad uno stupratore , si specchia nello studente che cerca di violentare una donna spingendola contro la parete proprio nel momento in cui l’uditorio incantato dalla sua dialettica stava per indignarsi con quel tribunale che lo voleva processare ; è ridotto ad un mendicante che se ne sta seduto su una panca di legno nel corridoio della cancelleria e,dopo aver messo il cappello o sotto la panca astetta che qualcuno lo degni di attenzione ;Sono immagini impietose quelle in cui i Procuratore K. si deve specchiare.
    ” Il mito è destinato a soccombere di fronte alla proppria immagine speculare ” così scrive Il grande critico Adorno a proposito del Processo ”
    Un mito K. lo era veramente per i suoi connazionali ebrei , era entrato nel mondo della finanza ,territorio riservato ai tedeschi, che a Praga avevano nelle loro mani oltre alla finanza, anche l’amministrazione della città e la sua economia. Entrare in quel mondo era un sogno che i padri ebrei appena usciti dal ghetto sognavano per i loro figli.
    Il mondo edesco regalava sicurezza e prestigio e rispettabilità.
    Per questo motivo i bambini ebrei crescevano nella lingua tedesca che era per loro lingua materna , la mamma si chiamava mutter . Kafka confessa cha da bambino avrebbe amato di più sua madre se non avesse dovuto chiamarla mutter..
    Kafka non amava la lingua tedesca , la sola peraltro che possedesse , la considerava una lingua rubata , gli ebrei l’avevano rubata ” come uno zingaro ruba un bambino dalla culla.”
    Diffidava di quella lingua, ne percepiva l’inganno, la considerava una trappola per gli ebrei che ne avevano fatto ill loro orgoglio.
    Per via di quella comunanza linguistica con il mondo tedesco gli ebrei di Praga vivevano nell’illusione di una concordia che in realtà non esisteva, Kafka percepiva l’inganno e vedeva arrivare il grande giocatore, il campione che su quel biliardo che era la sua gente avrebbe giocato la partita finale è l’avrebbe giocata ” infuriando senza alcun riguardo ”.(aforisma di Zurau )
    Le sue previsioni Kafka le affida a dei simboli, a degli aforismi, ben sapendo che sarebbero cadute nel vuoto come voce che grida nel deserto.
    Ci racconta il suo amico Max Brod che sarà anche suo erede testamentario che Kafka amava invitare a casa degli amici per leggere loro passi del suo Processo. Gli amici si mostravano sgomenti ed indignati per la sorte riservata al procuratore K. Kafka rideva di quel loro sgomento e rideva così forte che doveva interrompere la lettura del suo romanzo.
    Il processo nasce da quella risata, è la risposta all’indignazione dei suoi amici,
    a quella loro cecità e ignoranza a quella loro incapacità di vedere un futuro in cui si sarebbero trovati nella stessa situazione del procuratore K. Sarebbero stati svegliati, ancora a letto, da emissari di un tribunale che li metteva in arresto. Avrebbero chiesto il perchè, avrebbero voluto conoscere la loro colpa che sarebbe stata cucita sulla loro casacca di detenuti nella gialla stella di David.
    E, ancora, il Processo è la risposta beffarda di Kafka a quegli ebrei che , nel corso di una sua conferenza sul l’jddish, la lingua del ghetto da lui ritrovata all’età di ventinove anni,erano visibilmente a disagio contrariati da quel ritorno ad un passato che avrebbero voluto sepolto, : l’Iddish era una lingua da emarginati ed essi , ebrei assimilati, parlavano il tedesco, il tedesco era, ora, la loro lingua.
    Nella lingua rubata Kafka scrive il Processo ,lo scrive in un tedesco povero sia nel lessico che nella sintassi perchè secondo Kafka , povera e senza anima, priva di vita era la lingua tedesca in bocca ad un ebreo.
    Questa povertà di linguaggio ha suscitato nel discorso della critica molti interrogativi.
    Interessante è ciò che scrive il critico francese P. Casanova : Kafka avrebbe scritto in una tedesco così povero ” pour ne pas écrire en allemand ” Il critico francese è vicino alla verità ma ancora non si sospetta che Kafka abbia scritto il Processo nella lingua rubata che viene messa in scena per essere la vera protagonista del romanzo nella persona del Procuratore K.gran parlatore che incantava l’uditorio.
    Nella piccola cava dove verrà giustiziato K. dovrà prendere la forma del sasso sul quale viene adagiato perchè con i sassi si costruiscono i muri e il suo linguaggio è un muro che gli impedisce di vedere – ” due passi più in là ” la tragedia alla quale va incontro.
    la legge dell’incarnazione. è alla base di tutta la costruzione kafkiana e prevede che ognuno debba incarnarsi nella propria colpa per renderla visibile , della propria colpa deve diventare l’immagine – l’immagine ”in carne ed ossa”, come succede ”all’insetto” Gregor Samsa nel racconto ”La Metamorfosi ”.
    Invischiato dentro i meandri di una scrittura che non porta da nessuna parte il lettore è
    nella cecità più assoluta, è sulle spalle dello scrittore che lo scarica, alla fine,nella piccola cava alla periferia della città dove avviene l’esecuzione di K.
    La colpa, lo abbiamo visto, è disegnata nel linguaggio del tribunale, non c’è nella lingua rubata del Procuratore K.in cui è scritto il romanzo.
    Il romanzo è quel muro ben custodito dai maestri e che solo uno scolaro disobbediente può scalare per vedere al di là la distesa delle tombe,il cimitero della shoa. ?
    Pochi anni dopo essere stato scritto , il romanzo – la storia del Procuratore K. -
    si incarnerà nella realtà dei fatti, diventerà nel corso della storia ”carne ed ossa.
    Troverà la sua verità nella legge dell’incarnazione.

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   1 anno, 3 mesi fa · Vedi

    Desidero comunicare ai miei amici che ho pubblicato un nuovo saggio dal titolo ”La vera storia del Procuratore K. e del suo ignaro lettore nel Processo di Kafka”.
    Il saggio è in modalità eBook e può essere scaricato da Amazon.

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   2 anni fa · Vedi

    ET VERBUM CARO FACTUM EST
    Il Processo nasce nel momento in cui Kafka durante la sua conferenza sulla lingua Yiddish, legge sul volto dei presenti suoi connazionali l’imbarazzo, il disagio nel sentir parlare di Yiddish ,la lingua del ghetto, la lingua dei padri. La loro lingua era ora il tedesco, lingua rigorosa e rispettabile, non una lingua da emarginati, raccattata nel corso dei secoli e nei luoghi più diversi.(1)
    Costretti a confrontarsi con un passato imbarazzante che volevano sepolto per sempre non riescono a nascondere il rifiuto di un discorso che li voleva partecipi di quel passato di cui Kafka parla con entusiasmo dopo che ha conosciuto i teatranti ambulanti venuti dall’est e ha assistito alle loro rappresentazioni nella lingua dei padri.
    La risposta di Kafka a ciò che legge sul volto dei presenti sarà ”Il Processo ”: : il ghetto ritorna, si fa tribunale, processa e condanna chi lo sconfessa.
    Una risposta beffarda perchè il conto sarà presentato in tedesco,nella lingua rubata, rigorosa e rispettabile.
    Il romanzo s’incarna nella storia, diventerà ”carne ed ossa ”nella realtà dei fatti.
    Il romanzo va incontro alla confessione, trova la sua metamorfosi, da parola si fa realtà.
    Gli accusati escono dal processo soltanto dopo aver confessato.
    Il commesso viaggiatore Gregor Samsa trova la sua verità -la sua identità – nella metamorfosi che da uomo lo fa insetto -libera ’insetto che era dentro di lui.
    La metamorfosi di K.- la sua confessione -avviene in una piccola cava di periferia perchè piccola e periferica è la lingua rubata dell’ebreo assimilato . Con i sassi della piccola cava si costruiscono i muri di una piccola lingua.
    Anche il lettore esce dal romanzo soltanto dopo aver confessato con la sua metamorfosi.Ha sorvolato le pagine del romanzo senza mai toccare terra – sulle spalle dello scrittore -: ha sorvolato i viali del cimitero in direzione della sua tomba nel racconto ”il Sogno ”Al cenno dell’artista che aspetta di scrivere il suo nome nella lapide, si getta nella fossa,accetta di morire per risorgere con un nome che l’artista inciderà nell’oro.
    Il romanzo di Kafka non sfugge alla legge dell’incarnazione che regge l’architettura kafkiana :trova la sua verità – ha la sua metamorfosi – nel corpo della storia ,,nel processo impietoso e tragico al quale vanno incontro gli ebrei.
    La realtà non è altro che incarnazione, è la parola che si fa ”carne ed ossa”.
    Il linguaggio è la sfera di cristallo nella quale Kafka legge il futuro.

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   2 anni fa · Vedi

    LA PAROLA CERCA LA SUA VERITA’
    Kafka mette in scena la lingua rubata, ,la processa e la condanna.
    La lingua rubata è un muro che impedisce ” di vedere due passi più in là”, che nasconde alla vista la distesa delle tombe.Costretta alla confessione deve diventare un
    muro ,deve incarnarsi nei sassi della piccola cava alla periferia della città.
    Il tutto si compie per opera del Procuratore K. che della lingua rubata è ,a sua volta l’incarnazione.
    Siamo in un gioco di specchi
    Il Manzoni mette in scena la dicitura dell’Anonimo : essa è presente nelle gride, nei trattati, nei regolamenti ,in tutto ciò che emana dalle Istituzioni d quel tempo.
    La dicitura parla da sola, non ha bisogno di commenti, il Manzoni si limita a riproporla tale quale .
    Non solo la dicitura dell’Anonimo, tutta la lingua scritta -la carta penna e calamaio -entra nel mirino dello scrittore :I carteggi privati finiscono nel sorriso del Manzoni, nella sua implacabile ironia per via dello scrivano che si mette a disposizione degli analfabeti ma non rinuncia a dire la sua per cui il risultato non è sempre quello che dovrebbe essere, non rispecchia le intenzioni del committente. La lettera che Agnese scrive a Renzo per convincerlo ” a mettersi il cuore in pace ” scatena l’ira del destinatario.
    Spesso le lettere sono strumento di sopraffazione o di ricatto come il biglietto che Gertrude invia al paggio e diventa, nelle mani del principe padre il colpo di grazia sulla via la che porta al convento. Ma il capolavoro il Manzoni lo raggiunge nelle beffa finale che porta don Ferrante a morire sotto le stelle come un eroe del Metastasio – don Ferrante non aveva preso nessuna precauzione perchè non credeva al contagio, non lo aveva trovato nei libri di Aristotele, nè fra le ”sostanze” nè fra gli ”accidenti.”
    Molta altra carta penna e calamaio finisce sotto la penna implacabile del Manzoni (si vedano i libri della biblioteca diel letterato per antonomasia da cui escono i fantasmi
    della peste manufatta.)E, infine, anche il romanzo finisce sotto la penna dello scrittore: Il Manzoni lo processa e ” lo demolisce a suon di smaglianti sofismi .”
    Sia Kafka che il Manzoni portano in scena il linguaggio e lo mettono sotto processo ma a spingere il pedale fino in fondo, ad uscirne vittorioso, sarà Kafka : egli imprigiona il linguaggio nei suoi simboli, nelle sue metafore e parabole e ,da prigione quale esso è, diventa prigioniero.
    La parola cerca la sua verità, s’incarna nelle immagini, diventa gesto.
    Il mondo intero va verso la verità, non può farne a meno.
    Scrive Kafka : ” Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta.
    Non ascoltare neppure,aspetta soltanto. Non aspettare neppure,resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherto, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te.”

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   2 anni, 1 mese fa · Vedi

    IL MANZONI INGANNA IL LETTORE NEL MOMENTO STESSO IN CUI GLI METTE SOTTO GLI OCCHI LA VERITA’
    Il Manzoni non ha mai nascosto la sua simpatia per i cantanpanchi e i prestigiatori che ,nelle fiere di paese, regalano qualche ora lieta alla gente del posto.
    Preferirei fare il cantanpanco – scrive nel Fermo e Lucia – piuttosto di essere uno di quegli scrittori che inventano storie per divertire quelli che già hanno mille modi per divertirsi.
    La fiera di paese con i suoi ciarlatani e i suoi prestigiatori che ingoiano stoppa stoppa e stoppa e restituiscono nastro nastro e nastro ritorna nel romanzo al momento di congedarsi dall’Azzeccagarbugli : il voltafaccia dell’Avvocato allorché sente il nome di don Rodrigo, lascia Renzo sbalordito, sembrava uno di quei semplicioni che s’incantano nel vedere uscire nastro nastro nastro dalla bocca del prestigiatore che aveva ingoiato stoppa stoppa stoppa.
    Ce lo troviamo davanti il Manzoni – prestigiatore lui stesso – nella invenzione del manoscritto : presa alla lettera l’immagine è ”intatta e schietta ”, le genti meccaniche e di piccol affare sono intrappolate dentro la dicitura dell’ Anonimo.”c’è una umanità prigioniera della carta penna e calamaio.
    La storia delle genti meccaniche e di piccol affare intrappolate nella dicitura dell’Anonimo diventa la storia di Renzo intrappolato nella dicitura della grida compitata a fatica nello studio dell’Azzeccagarbugli , beffato da quella grida che sembrava fatta apposta per lui, per rendergli giustizia , dopo che era stato beffato da un’altra ”grida” scritta nel latinorum di don Abbondio,
    Di grida in grida, di beffa in beffa, per poco Renzo non finisce col cappio al collo sul palco che Ferrer ,l’amato Ferrer, aveva fatto erigere davanti al Forno delle grucce
    perchè fosse di monito a tutti coloro che in piazza gridavano pane e giustizia
    A salvare Renzo sarà la ”populace” che lo strappa dalle mani della giustizia quando ha già i manichini al polso.
    Di quanto avviene alle sue spalle Renzo non sa nulla, non sa nulla del palco eretto nella piazza per impiccare il capo della sommossa e men che meno sa di essere lui il capo della sommossa.
    Renzo non è nel romanzo per interpretare gli eventi, è solo una piccola trama per
    intrappolare gli eventi, Renzo non è Adelchi che nell’ora estrema scopre il segreto della vita e lo rivela al padre Desiderio prigioniero di Carlo Magno : ” Una feroce forza il mondo possiede e fa nomarsi dritto ”
    Adenchi è cresciuto ” nel labirinto de’ pubblici maneggi”, Renzo è un montanaro analfabeta e dei pubblici maneggi ha un sentore vago per via della sua diffidenza nei confronti della ”carta penna e calamaio”.
    Dal canto suo il Manzoni conosce tutti i maneggi del linguaggio e riesce a darci la verità e, nello stesso tempo, a renderla invisibile deviando lo sguardo del lettore. imbrigliandolo dentro una serie di interrogativi che lo scrittore va sollevando intorno al manoscritto
    Nel manoscritto c’è una storia bella ” che dico, molo bella” ma è impresentabile per il modo in cui è scritta.
    Dopo una prima esitazione il Manzoni decide di sostituirla dicitura perchè ” è un peccato che una storia così bella vada perduta”
    ” Ed ecco l’origine del presente libro, esposta con un’ingenuità pari all’importanza del libro medesimo” Con ben poca ingenuità verrebbe da obiettare se vediamo il libro nell’ottica degli auspicati venticinque lettori .
    Sorge infine il dubbio se sia lecito ” intromettersi a rifar l’opera altrui ,senza esserne pregato ”. Il Manzoni mette sul tavolo le sue buone ragioni ma per ognuna di esse si fa viva una obiezione altrettanto ragionevole. A metterle assieme,l’una di fronte all’altra, c’era da farne un libro e ” per carità di libri basta uno per volta ,quando non è d’avanzo”
    Tutto questo ci va raccontando il Manzoni in quel capolavoro di simulazione che è
    è l’Introduzione al romanzo.

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   2 anni, 1 mese fa · Vedi

    IL GHETTO RITORNA E PRESENTA IL CONTO SCRITTO IN TEDESCO.
    Se c’è una storia inverosimile questa è la storia del ”Processo.
    Se c’è una storia coinvolgente è sempre la storia del ”Processo”
    Scrive Adorno : ”Attraverso la violenza con cui Kafka esige l’interpretazione, egli abolisce la distanza estetica. Egli attribuisce al preteso spettatore disinteressato di una volta sforzi disperati, lo aggredisce e gli suggerisce che da una giusta comprensione dipende molto di più che il suo equilibrio spirituale, ne dipende la vita oppure la morte.”
    Il grande critico-filosofo ha percepito il grido strozzato che è presente nella scrittura di Kafka.
    E il grido che il prete del tribunale si lascia sfuggire di fronte al Procuratore K. nella navata del Duomo : ”non puoi vedere due passi più n là ’'” E ill grido di uno che vede precipitare un uomo e non può fare nulla per salvarlo”
    E il grido strozzato di Kafka che vede precipitare la sua gente e non può fare nulla per salvarla.
    Per far conoscere ai suoi concittadini il teatro jiddish i cui teatranti erano gente emarginata che viveva alla giornata e recitava in locali di infimo grado ma avevano incantato Kafka per la loro bravura, lo scrittore ha organizzato una conferenza e in quell’occasione ha ricordato agli ebrei il loro passato, ha ricordato il ghetto e soprattutto la lingua del ghetto, e ha visto sul volto dei presenti lo sconcerto, l’imbarazzo il rifiuto di quel passato che andava dimenticato, cancellato ,rimosso : : la loro inguai ora non era l’jiddish, era il tedesco.
    Scrive Adorno : ”I Tra i presupposti di Kafka, , quello per cui il rapporto contemplativo fra il testo e il lettore è radicalmente turbato non è certo il meno importante. I suoi testi implicano che tra essi e la sua vittima non sussista una distanza stabile, e che essi investano la dimensione affettiva del lettore a un punto tale che questi tema che il raccontato si avventi su di lui, come le locomotive sul pubblico nei recenti film tridimensionali.”
    L’incarnazione -lo sappiamo – è la legge che regge l’universo kafkiano ( la parola del padre s’incarna nel figlio e ne fa un insetto, la parola del potere si incarna nello studente e ne fa un kapò ) nel rapporto fra il libro di Kafka e il lettore ebreo l’'incarnazione è immediata e inevitabile perchè il tribunale delle soffitte – il ghetto e l’jiddish ,il linguaggio del ghetto – vive nel suo inconscio e non potrà mai liberarsene.
    Nel Processo il ghetto si fa tribunale, processa e condanna chi lo aveva rinnegato ma offre all’accusato una ia d’uscita : confessare le propria colpa, incarnarsi nella propria colpa diventandone l’immagine vivente, ”la propria colpa in carne ed ossa”
    E questo il linguaggio del tribunale, questo è il modo in cui avviene la confessione.
    Il Processo si incarna nel lettore perchè è già vivo nel suo inconscio ma il libro di Kafka ,di lì a poco, si incarnerà nella storia, diventerà ”carne ed ossa”.
    Il ghetto ritorna e presenta il conto per il tradimento.
    Il conto è scritto in tedesco
    Una beffa che Kafka aveva previsto e raccontato nel linguaggio del ghetto dove la parola s’incarna nell’immagine e nel gesto.

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   2 anni, 2 mesi fa · Vedi

    IL GRANDE MECCANO DALLE INFINITE COMBINAZIONI.
    L’animale de sottosuolo, ripensando al tempo in cui aveva costruito la tana e alla fatica che gli era costata il costruirla, si chiede se tanta fatica fosse giustificata.
    Valeva la pena lavorare giorno e notte a scavare ”con la testa” per costruire la tana?
    Il racconto ”La tana” è del 1923, l’anno dopo Kafka morirà, il 2 giugno.
    C’è da chiedersi se Kafka non avesse dei ripensamenti circa il suo lavoro.,e la sua tana scavata giorno e notte nel sottosuolo della scrittura.
    Nelle sue opere c’è un messaggio per la sua gente che, del tutto ignara, va incontro ad un destino di morte ma egli sa che il messaggio non arriverà a destinazione perchè il messaggio è scritto in codice e, la cifra del codice non è di facile acquisizione .( la cifra è nelle immagini speculari – un vero e proprio linguaggio clandestino messo in evidenza
    in un mio saggio che risale al 1981 )
    Non a caso nel mondo di Kafka i messaggi non arrivano mai a destinazione : i messaggi che Klamm sussurra alle orecchie del messaggero Barnabas si perdono per strada, persino il messaggio che l’Imperatore ,in punto di morte, sussurra all’orecchio del suo messaggero inginocchiato davanti al suo letto, non uscirà dalle mura del Palazzo.
    Perchè dunque tutta quella fatica per cosrtuire la ”tana?”
    In tanta oscurità c’è quella porta sbattuta in faccia al lettore,
    Perchè quella porta sbattuta in faccia al lettore?
    C’è un uomo innocente che viene sgozzato in una piccola cava alla periferia della città e il tutto avviene in una serata tranquilla mentre tutte le leggi sono in vigore ; c’è un ragazzo – parliamo di ”America” – che per essere salvato – deve lasciare al di qua del confine tutti i suoi sogni, tutte le sue benemerenze e i suoi buoni propositi _deve lasciare al di qua del podio dove salirà vestito da angelo, la sua valigia con tutto il suo passato, il suo amore per i genitori, il suo amore per lo studio, i suoi amati manuali di ingegneria meccanica.
    Per farsene una ragione il lettore deve ripercorrere la strada del romanzo -dei romanzi -
    camminando sulle macerie dei propri miti, della proprie sicurezze.
    La metamorfosi del lettore potrebbe essere una risposta al perché scrivere se non ci fosse ancora una volta l’obiezione di una scrittura in codice il che rende difficile e opinabile la metamorfosi.
    Il lettore deve ridefinire il proprio dizionario.
    Ma ancora non basta : va ridefinito il dizionario che spetta all’arte, alla creatività, all’immaginazione., un dizionario sconvolto dall’arte di Kafka.
    In definitiva , ”perchè scrivere ” se lo strumento che abbiamo a disposizione non offre alcuna garanzia di verità, se le parole ”sono agenti di un’impostura univrsale?
    Secondo il critico Marthe Robert ( lo scritto risale al 1960 e si trova in coll. Bibliothrque ideale, Paris ) Kafka avrebbe sostituito il problema del ” perchè scrivere ”con i problema del ” come scrivere ” e la risposta sarebbe la seguente : ” l’essere della letteratura non è altro che la sua tecnica”.
    Nelle infinite combinazioni di quel grande meccano che è la scrittura si trovano tutti i pezzi possibili per ogni possibile costruzione.
    Il repertorio è sconfinato, l’importante sta nel trasgredire le istruzioni del manuale.

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   2 anni, 2 mesi fa · Vedi

    KAFKA HA VINTO LA SUA BATTAGLIA MA PERDERà LA GUERRA.

    Kafka ha scalato il muro del linguaggio e dall’alto del muro ha visto la distesa delle tombe. In cima al muro ”ha piantato la sua bandierina”, egli ha vinto la sua battaglia ma sa che perderà la guerra.
    Nel racconto ”Il maestro di campagna ” Kafka delinea il profilo di colui che entrerà nella tana e vedrà la talpa gigante. e ne racconta la sconfitta.
    lo scopritore non sarà un ” fior di mascalzone ”appassionato di tane che scava con il grugno giorno e notte per forare la parete, sarà un modesto e un po’ sprovveduto maestro di campagna, padre di famiglia e con figli a carico.
    Per caso il maestro di campagna si imbatte nella talpa gigante alta quasi due metri.
    Poichè non è cosa di tutti i giorni il maestro di campagna pensa di far conoscere la sua scoperta.
    Scrive un libretto che desta curiosità nel villaggio e un po’ anche in città lì dove c’è chi sovrintende alle scoperte.
    L’interesse per lo strano animale tuttavia si spegne nel giro di breve spazio, il tempo che un addetto alle scoperte possa mettere avanti una sua tesi : da quelle parti, dove viveva il maestro, la terra era buona e grassa e non era da escludere che potessero nascere talpe giganti.
    Il sovrintendente cercava soltanto un modo sbrigativo per togliersi dai piedi il maestro e la sua risposta destò non poca ilarità.
    La faccenda sarebbe finita in quel modo se un commerciante di città non l’avesse ripresa in mano, non tanto perchè fosse interessato alla talpa gigante ma perchè voleva aiutare il maestro, non gli sembrava giusto che fosse messo da parte in quel modo. Scrisse anche lui qualcosa in propsito ma l’accoglienza fu più che deludente.
    La risposta si poteva leggere su una rivista di agricultura : ” Abbiamo ricevuto di nuovo lo scritto sulla talpa gigante. Ricordiamo di averne riso di cuore già alcuni anni fa. Da allora o scritto non è diventato più intelligente nè noialtri siamo diventati più stupidi..
    Il guaio è che non possiamo ridere una seconda volta.”
    Il maestro del villaggio lesse questa risposta e s’indignò con il commerciante di città che, con il suo scritto,aveva seppellito nel ridicolo tutta la faccenda. Il commerciante di città provò rimorso per quel suo intervento che s’era rivelato controproducente e,
    un pò per alleviare il peso sulla coscienza, un pò per attutire la rabbia del maestro,
    gli anticipò quello che sarebbe successo se la sua scoperta fosse finita nelle mani degli addetti alle scoperte e fosse stata presa in considerazione : ” Si sarebbe parlato con voi, si sarebbe riconosciuto il vostro onesto sforzo, ma nello stesso tempo si sarebbe notato che siete vecchio, che alla vostra età è vano inizire uno studio scientifico e
    soprattutto che siete giunto alla scoperta più per caso che secondo un piano, e al di là di questo non avete neanche intenzione di continuare a lavorare. Per queste ragioni vi avrebbero probabilmente lasciato nel villaggio. Certo avrebbero sviluppato la vostra scoperta, che non è così piccola da poter essere dimenticata, una volta che sia stata riconosciuta. Voi però non ne avreste più saputo gran che e ciò che avreste appreso forse non l’avreste capito. Ogni scoperta viene subito incanalata nel quadro ttale della scienza e così cessa, si può dire, di essere una scoperta, è assorbita e scompare, e bisogna aver proprio un occhio scientificamente addestrato per saperla ancora distinguere.. Viene subito agganciata a principi della cui esistenza non abbiamo ancora sentito parlare e, nei dibattiti scientifici, è sollevata su questi principi fino alle nubi..
    Come potremmo capire queste cose? Ascoltando discussioni erudite, crediamo, per esempio, che si tratti della scoperta, mentre invece si tratta di tutt’altra cosa, un’altra volta crediamo si tratti di altro e invece si tratta proprio di questa. ( Kafka, ”il maestro del villaggio )
    Il maestro del villaggio ascoltava ciò che il commerciante di città andava dicendo circa il futuro della sua scoperta qualora le cose fossero andate nel verso giusto ma non sappiamo tuttavia se ne fosse del tutto convinto : andava caricando la sua pipa con il tabacco che portava sciolto in tutte le tasche, era soddisfatto che il commerciante si fosse ritirato dall’affare. E sembrava non volersene più andare, non si alzava dalla sedia, il suo lungo rigido soprabito che egli non deponeva mai era largo, non aderente alla persona, e lo faceva sembrare una massa gonfia, visto di spalle faceva pensare ad una talpa gigante.
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  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   2 anni, 2 mesi fa · Vedi

    IL ROMBO DEL SILENZIO
    Quando la talpa gigante ha costruito la sua tana – l’ha costruita con la testa, a colpi di grugno ha scavato e compattato la terra – ha collocato al centro della costruzione la piazzaforte . Nella piazzaforte c’è la sorgente del silenzio e in quel silenzio c’è la mappa di tutta la costruzione. Chi beve alla sorgente del silenzio ha in mano il segreto della tana. Per questo motivo la piazzaforte va difesa ad ogni coste. A distanza di tempo, ripensando ai modi della costruzione, l la talpa ha dei rimorsi :, aveva bensì costruito un labirinto subito dopo l’entrata ma non aveva difeso a sufficienza la piazzaforte, avrebbe dovuto isolarla , staccarla addirittura dal suolo, ma, non potendo far questo, avrebbe dovuto costruirvi tutt’intorno un’intercapedine e in quell’intercapedine l’animale vivrebbe ora giorni felici ”al rombo di quel silenzio”i
    Al rombo del silenzio Kafka ha consegnato la mappa delle sua costruzione.
    In poche scene sospese nel silenzio e pressoché immobili Kafka ci racconta la vera storia di ”America”.
    Carlo Rossmann ancora bambino se ne sta incantato davanti ad un presepio meccanico dove tutto si muove al girare di una manovella, a stento sua madre riesce a trascinarlo via. Lo ritroviamo poco dopo, estasiato davanti ad una scrivania americana dai mille scomparti ,dove se ne sta per ore e ore intento a quel meccanismo che compone, scompone e ricompone i mille scomparti : ” in questa scrivania – pensa Carlo – ci potrebbe stare tutta lAmerica ”
    E evidente che Carlo sta manovrando il mondo da lui sognato, un mondo di ordine regole e obbedienza dove tutto risponde ai comandi di una manovella..
    Da questo mondo che risponde ai comandi di una manovella Carlo viene strappato brutalmente, suo malgrado.
    A strapparlo alla famiglia è una servetta che lo seduce e rimane incinta.
    Il padre lo caccia da casa.
    Sarà sempre un servo ,il vagabondo Robinson, a strapparlo dall’Albergo Occidentale: Robinson sorprende Carlo mentre è al lavoro, davanti all’ascensore, alla presenza di tutti i clienti. Robinson è ubriaco, vomita nella tromba dell’ascensore e sembra veramente prendere in giro l’istituzione vestito com’è, di un farsetto da cameriere di seta bianca, orlato di bordi neri.
    Carlo è costretto ad allontanarsi dall’ascensore per portare via e nascondere alla vista dei clienti ” questo suo peccato in carne ed ossa ”, compe un’infrazione per cui verrà licenziato
    La scena de licenziamento riprende -tale quale la cacciata dalla famiglia . Carlo è in piedi, in silenzio attende la condanna, il padre e ,rispettivamente, il Capocameriere alzano la mano a indicargli la porta.
    I servi _ la strada”,tengono d’occhio Carlo, non gli danno tregua, lo stanano dalla famiglia e dal lavoro lo stanano dall’Istituzione dove Carlo cerca ordine e sicurezza.
    Un altro vagabondo ,Delamarche, lo strapperà poco dopo, dalle mani di un poliziotto.
    La ” strada ” conosce la verità smaschera l’Istituzione, ma non conosce la compassione : ridotto a mendicante, Carlo troverà la libertà e la pace grazie allo scrittore che gli apre le porte del Grande Teatro naturale di Hoklahoma.
    Se questa è ”America” costruita sul rapporto -scontro – fra la violenza dell’Istituzione e la libertà non meno violenta della ”strada”, l’altro romanzo, ”il Processo” mostra la stessa dinamica :c’è la banca e c’è il tribunale delle soffitte, c’è c’è un personaggio – il Procuratore K. strappato alla banca dagli ”straccioni” del tribunale e, da questo tribunale, processato e e condannato. Poche scene essenziali ,anche nel ” Processo ” una banca, una soffitta, una Chiesa, una piccola cava. ,
    Carlo viene graziato dallo scrittore ma non sarà così per il Procuratore K. che finirà ”sgozzato come un cane”.
    A Ldifferenza di Carlo Rossmann ,il Procuratore K. non trova grazia presso lo scrittore e non troverà grazia nemmeno il lettore disarmato e sconcertato da un finale che non rispetta le regole e va contro ogni aspettativa.
    Così come nella macchina infernale che è al centro del racconto ”La colonia penale”
    l’erpice dai mille aghi di cristallo ,dopo aver succhiato tutto il sangue al detenuto steso sul lettino, lo solleva e lo scarica nel fossato, così la ”lingua rubata ” che Kafka ha messo in scena nel suo romanzo , dopo aver sfinito il lettore, dopo averlo ”portato in spalla” per tutto il romanzo alla ricerca di una colpa mai rivelata, lo scarica nel fossato del ” non senso ”
    La lingua rubata , dopo aver ” succhiata l’anima agli ebrei, dopo averne fatto dei servi inconsapevoli, li scaricherà nel fossato dei lager.

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   2 anni, 3 mesi fa · Vedi

    YNEL TEATRO YIDDISH SI ACCENDE LA LUCE CHE INDICA A KAFKA LA VIA.
    IL rapporto di Kafka con la scrittura è un rapporto sofferto e complicato , da parte dello scrittore c’è frustrazione,impotenza persino rabbia.
    In un aforisma di Zurau Ila scrittura diventa una cagna puzzolente che gli è fedele fin dall’infanzia e della quale non è mai riuscito a liberarsi : di fronte all’animale lo scrittore arretra passo dietro passo ”temendo anche solo il suo fiato” e già vede l’angolo di muro nel quale sarà sospinto e dove giacerà assieme all’animale e andrà in putrefazione ”sentendo fino alla fine la carne purulenta e verminosa della sua lingua sulla sua mano.”
    Kafka è ebreo assimilato, la sua lingua è il tedesco e,dunque, non può essere scritttore perchè ” un ebreo che scrive in tedesco non può essere scrittore”
    La strada della scrittura gli è sbarrata ma una nuova via si apre davanti a lui quando conosce gli attori ambulanti venuti dall’Est che recitano in yiddish.
    Quella gente gli ruba l’anima, Kafka è incantato dalla loro bravura, deve fare uno sforzo per non salire sul palco e recitare assieme a loro.
    In quel teatro Kafka ha ritrovato il suo passato e ha trovato anche la nuove strada : da percorrere : se non può essere scrittore sarà regista e metterà in scema quella lingua castrante che non gli permette di essere scrittore.
    La regia riprende lo schema del teatro yiddish : ci sono due piani, in primo piano c’è la recita ”ufficiale ” in secondo piano -sullo sfondo, – ci sono due mimi che fanno il verso a ciò che viene rappresentato in primo piano .
    Lo schema del ”Processo ” ripropone esattamente questa regia.
    La lingua entra in scena nei monologhi e nei discorsi del protagonista – gran oratore che sapeva incantare l’uditorio -,e ,ridotta a parodia , è di scena negli spazi del tribunale ,nelle ”tirate” dell’avvocato Huld e dell pittore Titorelli , esposizioni ridicole ,contraddittorie, prive di senso che sfiniscono il lettore e, per sua stessa confessione , hanno sfinito anche il traduttore Primo Levi che non ha resistito alla tentazione, è intervenuto sulla punteggiatura ” per pietà nei confronti del lettore”.
    E una lingua scarna quella che Kafka mette in scena ” una lingua essenziale come lo è l’acqua in rapporto alle infinite bevande possibili” (Hannah Arendt ); ” E un modo per non scrivere in tedesco ” secondo il critico Pascale Casanova ( Kafka en colère Paris Seuil ).
    In realtà Kafka non solo non vuole -”non può ” scrivere in tedesco ma mette la lingua tedesca ridotta ad archetipo sotto processo , la costringe alla confessione e la condanna.
    La lingua è nelle mani del tribunale che le rifà il verso , viene processata e condannata
    a incarnarsi nel suo peccato, deve diventare il suo peccato ”in carne ed ossa” perchè nessun accusato può sfuggire alla regola della metamorfosi che rende visibile il peccato : sarà ” giustiziata”, costretta alla confessione, ( dal tribunale si esce solo dopo aver confessato) in una piccola cava alla periferia della città, dovrà ”incarnarsi” i quei sassi che servono a costruire i muri che la lingua costruisce e impediscono di vedere ”due passi più in là”.
    Il Procuratore K. ,suo testimonial , in un ultimo disperato tentativo si rifiuta di prendere la forma del sasso sul quale viene adagiato per l’esecuzione ed esalerà con l’ultimo respiro la confessione : ” Come un cane”.
    La lingua rubata lo aveva reso servo ed ora come un servo muore, sgozzato come un cane.
    Ma ancora non basta : quella lingua che ha fatto prigionieri gli ebrei, che li ha resi ignari del pericolo,che li ha illusi su una concordia fittizia sarà a sua volta prigioniera dello scrittore, nelle sue metafore, nei suoi simboli, nelle sue parabole, nelle sue costruzioni ” da ingegnere meccanico ”
    Kafka danza sulla corda con i suoi sberleffi, la sua ironia, le sue farse, risponde con la mimica a ciò che viene recitato in primo piano, esattamente come nella regia del teatro Yiddish che gli aveva rubato l’anima, aveva fatto scoccare la scintilla quando nell’autunno del 1911 cercava una strada che sembrava non esistere per lui, ebreo di lingua tedesca.
    Kafka non solo si è liberato del linguaggio ma lo ha sottomesso alla sua volontà, alle sue ”regole” fino a fare della lingua rubata un simbolo del linguaggio tout court.
    Non è più il linguaggio a dare le regole, è lo scrittore a guidare la danza.
    Kafka non finirà all’angolo del muro in tutt’uno con la scrittura ”cagna puzzolente”,
    egli scalerà quel muro e vi pianterà in cima la sua bandiera così come aveva fatto lo scolaro disobbediente destinato ad essere, l’agrimensore che avrebbe misurato i
    ”terreni del Conte e avrebbe sorpreso in Signori del Castello nell’atto della confessione, intenti a divorare i fogli di carta che un inserviente fa scivolare dentro le loro stanze per il pasto mattutino.

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   2 anni, 3 mesi fa · Vedi

    LA STELLA DI DAVIDE.
    Sappiamo dall’amico Max Brod che Kafka amava invitare degli amici per leggere loro ad alta voce ,passi del Processo. Gli amici si mostravano indignati per l’ingiustizia di cui era vittima una brava persona come il Procuratore k. ,si angosciavano per la sua sorte .
    Essi erano ben lontani dall’immaginare che quella storia fosse la loro storia , che Kafka stesse raccontando loro ciò che li aspettava.
    Un giorno degli emissari di un tribunale sarebbero entrati nella loro casa li avrebbero sorpresi ancora a letto e gli avrebbero comunicato lo stato di arresto .
    Ed essi , sorpresi per la visita, avrebbero pensato esattamente quello che aveva pensato il Procuratore K. : ” vivevano in uno stato legale, tutte le leggi erano in pieno vigore, chi era che osava di fargli violenza dentro la loro stessa casa?”
    E poichè essi chiedevano di conoscere la colpa, fu cucita sulle loro casacche grigie da carcerati la stella di Davide
    Difficile, per gli amici di Kafka, immaginare quello che sarebbe loro accaduto.
    Il ghetto era un ricordo lontano -un ricordo dei padri che essi avevano rimosso, e la lingua del ghetto , l’yiddish, nemmeno la conoscevano,- mostravano disagio se qualcuno ricordava loro quel passato, la loro lingua ora era il tedesco.
    Quando Kafka tenne una conferenza per parlare dell’Yiddish ai suoi connazionali e, nello stesso tempo per dare un aiuto agli amici teatranti venuti dall’Est ( Discorso sulla lingua yiddish in Confessioni e diari ,Mondadori) ,potè scorgere sul volto dei presenti il disagio ,la paura se non addirittura un sorta di ripugnanza ,il rifiuto di un argomento che li riportava ad un passato tutto da dimenticare.
    La loro inguai era, ora, il tedesco. nella nuova lingua non c’era spazio per quel passato.
    Essi si illudevano, la nuova lingua non aveva cancellato l’yiddish ma ne aveva fatto una colpa e come tale essi stessi la vivevano : nella lingua rubata gli ebrei si scoprivano servi e si vergognavano.
    Una legge che ricorda i dannati di Dante prigionieri in eterno della loro colpa,,costretti dalla legge del contrappasso ad incarnarsi dentro di essa, questa stessa legge regge le costruzioni kafkiane. :chi è insetto ”dentro” si sveglierà una mattina nel corpo di un insetto, chi è vissuto come un servo in cerca di padrone, finirà sgozzato come un cane.
    C’è un eterno ritorno nel mondo circolare di Kafka, alla colpa non si sfugge la colpa non si cancella se non incarnandosi dentro di essa e,in tal modo, confessandola.
    In questo eterno itorno il ghetto riapre le porte a chi pensava di esserne uscito per sempre.
    E sorprendente come Kafka abbia previsto un futuro inimmaginabile e lo abbia visto nei risvolti nascosti di una lingua divenuta comune a servi e padroni.

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   2 anni, 4 mesi fa · Vedi

    E KAFKA DANZO’ SULLA CORDA.

    Il veggente Kafka vede la sua gente camminare lungo una corda che non è tesa in alto,ma appena al di sopra del suolo. Sembra destinata a far inciampare più che a essere percorsa. (aforisma di Zarau ibidem pg. 17)
    Quella corda sulla quale la sua gente sarebbe inciampata era la lingua che gli ebrei avevano in comune con il mondo tedesco, era la ”lingua rubata”.
    Era un tragico malinteso quella lingua in comune fra ebrei e tedeschi, era una trappola, l’illusione di una concordia che in realtà non esisteva.
    Su quella corda -su quella lingua- kafka danzerà con le sue metafore, le sue parabole, i suoi simboli perché ”ci deve pur essere qualcuno che danzi sulla corda”
    così scriveva Kafka all’amico Max Brod nel mentre sosteneva che un ebreo che scrivesse in tedesco non potesse essere uno scrittore. (in epistolario, giugno 1921, milano, Mondadori)
    ”Un ebreo non poteva essere scrittore se scriveva in tedesco” ma su quella lingua_su quella corda poteva danzare e Kafka ha danzato.
    Il veggente Kafka aveva intuito ciò che sarebbe accaduto, aveva visto arrivare il grande giocatore che su quel biliardo che era la sua gente avrebbe giocato da campione la sua grande partita, avrebbe fatto ”sfracelli”
    Illuminazioni, apparizioni in Kafka e anche nel Manzoni. Anche Manzoni ha avuto la sua apparizione: ”un’immagine intatta e schietta gli era apparsa dopo lungo cercare e meditare, come ricompensa di quel cercare e meditare”.
    Quell’apparizione -lo sappiamo- il Manzoni l’ha ”spezzata in rottami” e nel romanzo ci sono solo i ”rottami”.
    Tuttavia il Manzoni ha messo al sicuro l’immagine -tutta intera- in una ”favola”, in una parabola – nell’invenzione del manoscritto trovato per caso sugli scaffali di una biblioteca- e ha lasciato al lettore il compito di decifrare la ”parabola”.
    L’interrogativo che nasce da quell’invenzione di un fantomatico manoscritto che il Manzoni avrebbe tradotto in un altro linguaggio per renderlo presentabile, è sospesa sopra il romanzo, dall’inizio fino alla fine e aspetta una risposta perché in quella risposta ci sono le ragioni del romanzo.
    In quella favola del fantomatico manoscritto trovato per caso, i ”rottami” si ricompongono nell’immagine ”intatta e schietta” che era apparsa allo scrittore e che è all’origine del romanzo.
    Apparizioni, illuminazioni, sia in Kafka che nel Manzoni, messaggi per il lettore, messaggi in codice da decifrare.
    Sia il Manzoni che Kafka mettono in scena delle storie che servono a raccontare altre storie ma queste ultime rimangono nascoste, restano dietro le quinte e spetta al lettore portarle in primo piano.
    Non senza disappunto il Manzoni vede il lettore chiudere il libro soddisfatto per quelle nozze che la peste ha reso possibili, quel lettore lo avrebbe voluto inchiodato sui banchi del tribunale a meditare sull’ingiustizia che vi si commetteva perché in quel processo contro gli untori la vera storia del romanzo, quella rimasta dietro le quinte, aveva il suo momento più significativo, alla feroce forza veniva strappata la maschera.
    Kafka inchioda il lettore sui banchi del suo ”Processo”, su quelle pagine che aspettano dal lettore la loro soluzione, il loro significato.
    Non ci sono uscite secondarie nel romanzo di Kafka, l’uscita è una sola, trovare la colpa e confessarla. Solo dopo che il lettore ha trovato la colpa e l’ha confessata il romanzo si apre sul suo significato.
    Il vero imputato nel Processo di Kafka è il lettore, la storia del procuratore K. è la storia del lettore.
    Il Manzoni e Kafka inviano messaggi al lettore ma i loro messaggi sono in codice e spetta al lettore trovare la cifra.
    Il Manzoni sigilla la cifra nell’invenzione del manoscritto e del suo anonimo autore seicentista, Kafka la sussurra all’orecchio del lettore, gliela fa balenare davanti agli occhi nelle immagini speculari.
    Per vedere in quelle immagini la verità, la vera identità dei personaggi, e cogliere il significato del romanzo il lettore deve prima sbattere contro il muro di una scrittura che è costruita sui suoi stessi pregiudizi, che accarezza i sui miti, le sue aspirazioni, una scrittura che è come il canto delle sirene, ammalia il lettore, lo cattura, e poi lo scarica nel ”fossato”.
    Se vuole entrare nel romanzo -nelle ragioni del romanzo- se vuole liberare il romanzo dall’assurdo, il lettore deve camminare sulle macerie dei propri pregiudizi.
    Dal canto delle Sirene vengono ammaliati e catturati soltanto quei marinai che credono al loro canto, ma non viene ammaliato l’Ulisse kafkiano -che non credeva al canto delle Sirene- .
    Egli sapeva che le Sirene uccidono con il silenzio.
    l’Ulisse kafkiano si salvò dalla collera delle divinità -esse mai avrebbero accettato che un mortale conoscesse il segreto che le avrebbe annientate- e Ulisse poté sopravvivere ricorrendo, egli stesso, all’inganno : in prossimità dello scoglio fatale si fece legare all’albero della nave, versò la cera nelle orecchie dei marinai e poté così salvarsi dalla collera delle Sirene. ”Più belle che mai, le divinità si stirarono, si girarono, esposero al vento i terrificanti capelli sciolti e allargarono gli artigli sopra le rocce”.
    Al pari dell’Ulisse kafkiano anche il Manzoni e Kafka, partecipi di una verità dissacrante che avrebbe negato il canto al Potere, consegnano la loro verità, la loro ”illuminazione” all’oscurità di un codice.
    Il Manzoni la consegna ad una parabola, Kafka danza sulla corda.

  • Maria Rosa Franzoi Del Dot ha inviato un aggiornamento:   2 anni, 4 mesi fa · Vedi

    IL GUAZZABUGLIO.
    Dopo il colloquio con il frate esaminatore che doveva sondare la sua vocazione, Gertrude incontra il principe padre che non a caso si trova nel corridoio che Gertrude doveva percorrere. IL Principe ha già avuto le congratulazioni del frate e conosce dunque l’esito del colloquio : sua figlia entrerà in convento per libera scelta , per una vocazione che nutriva fin da bambina. Subito dopo il Principe padre incontra Gertrude .”Il Principe era stato fino allora in una sospensione molto penosa : a quella notizia respirò, e dimenticando la sua gravità consueta, andò quasi di corsa da Gertrude,
    la ricolmò di lodi, di carezze e di promese, con un giubilo cordiale, con una tenerezza in ran parte sincera : così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano ”
    Il padre è il carnefice, la figlia è la vittima ,il Manzoni non commenta si ferma alla soglia del guazzabuglio del cuore umano.
    Il Manzoni è entrato nel guazzabuglio della Historia , ha visto l’umanità in preda alla dicitura di una feroce forza che si fa chiamare diritto,
    Con l’'imperversare della peste la feroce forza è ridotta al silenzio – le gride finiscono sui muriccioli assieme ai libri di don Ferrante – ma ”la feroce forza non demorde e si rintana nei tribunali e compie la sua vendetta , tortura e condanna degli innocenti f
    accusati di essere untori, propagatori di peste.
    Anche di fronte a questa infamia il Manzoni sospende il giudizio . quei giudici credevano nella peste manufatta ,credevano che gli untori ne fossero i propagatori dunque erano essi stessi vittime dei loro pregiudizi.
    Il Manzoni ha strappato il velo ad altari e altarini, è entrato ” ne’ labirinti de’ politici maneggi ”vi ha trascinato dentro il lettore al seguito di Renzo e dell’altra povera gente
    ma si è fermato di fronte al guazzabuglio del cuore umano. : non giudica, nemmeno cerca colpe, lascia parlare i fatti e l’ultima parola la lascia a fra Cristoforo.
    Fra Cristoforo incontra Renzo all’interno del lazzaretto . Renzo sta cercando Lucia, ma qualora non la trovasse, qualora Lucia fosse morta, lui cercherà qualcun altro e la farà lui la giustizia. Le parole di Renzo turbano profondamente il frate che dopo la conversione è vissuto nel perdono e nella compassione. Fra Cristoforo porta Renzo nella capanna dove c’è don Rodrigo in fin di vita e davanti a quell’uomo che sta morendo Renzo concede il perdono.
    Kafka entra nel guazzabuglio del cuore umano e vede l’uomo prigioniero del suo stesso linguaggio. L’uomo non sa di essere prigioniero del proprio linguaggio perchè ’ tutt’uno con esso, ne è l’incarnazione.
    Il linguaggio è una prigione dalla quale non si può uscire. Il prigioniero può chiedere di cambiare cella -di passare da un linguaggio ad un altro linguaggio – ma egli sa che ben presto odierà anche la nuova cella . L’unica speranza è di poter incontrare nel corridoio ,nel passaggio da una cella all’atra, il Signore che dice alla guardia : ” Questo qui non dovete rinchiuderlo più. Viene da me” ( aforisma di Zurao già citato in precedenza)
    Inutile cercar la verità dentro il linguaggio, inutile cercare la colpa.E colpevole il guardiano della Legge per aver impedito all’uomo venuto da lontano di varcare la soglia della legge ? Il guardiano appartiene alla Legge, è un servo della Legge, obbedisce agli ordini ,fa il suo dovere. Il Procuratore K. che è indignato nei confronti del guardiano e ne cerca la colpa , è messo con le spalle al muro . Non gli resta che accettare l’unica verità e cioè che ” la menzogna è la regola del mondo.”
    Il Prete che è con lui, il cappellano del carcere lo corregge :” Non bisogna credere che tutto è vero ,ma che tutto è necessario ”
    Un prete, un uomo di fede chiude il discorso sulla verità.

    IL GUAZZABUGLIO.
    Dopo il colloquio con il frate esaminatore che doveva sondare la sua vocazione, Gertrude incontra il principe padre che non a caso si trova nel corridoio che Gertrude doveva percorrere. IL Principe ha già avuto le congratulazioni del frate e conosce dunque l’esito del colloquio : sua figlia entrerà in convento per libera scelta , per una vocazione che nutriva fin da bambina. Subito dopo il Principe padre incontra Gertrude .”Il Principe era stato fino allora in una sospensione molto penosa : a quella notizia respirò, e dimenticando la sua gravità consueta, andò quasi di corsa da Gertrude,
    la ricolmò di lodi, di carezze e di promese, con un giubilo cordiale, con una tenerezza in ran parte sincera : così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano ”
    Il padre è il carnefice, la figlia è la vittima ,il Manzoni non commenta si ferma alla soglia del guazzabuglio del cuore umano.
    Il Manzoni è entrato nel guazzabuglio della Historia , ha visto l’umanità in preda alla dicitura di una feroce forza che si fa chiamare diritto,
    Con l’'imperversare della peste la feroce forza è ridotta al silenzio – le gride finiscono sui muriccioli assieme ai libri di don Ferrante – ma ”la feroce forza non demorde e si rintana nei tribunali e compie la sua vendetta , tortura e condanna degli innocenti f
    accusati di essere untori, propagatori di peste.
    Anche di fronte a questa infamia il Manzoni sospende il giudizio . quei giudici credevano nella peste manufatta ,credevano che gli untori ne fossero i propagatori dunque erano essi stessi vittime dei loro pregiudizi.
    Il Manzoni ha strappato il velo ad altari e altarini, è entrato ” ne’ labirinti de’ politici maneggi ”vi ha trascinato dentro il lettore al seguito di Renzo e dell’altra povera gente
    ma si è fermato di fronte al guazzabuglio del cuore umano. : non giudica, nemmeno cerca colpe, lascia parlare i fatti e l’ultima parola la lascia a fra Cristoforo.
    Fra Cristoforo incontra Renzo all’interno del lazzaretto . Renzo sta cercando Lucia, ma qualora non la trovasse, qualora Lucia fosse morta, lui cercherà qualcun altro e la farà lui la giustizia. Le parole di Renzo turbano profondamente il frate che dopo la conversione è vissuto nel perdono e nella compassione. Fra Cristoforo porta Renzo nella capanna dove c’è don Rodrigo in fin di vita e davanti a quell’uomo che sta morendo Renzo concede il perdono.
    Kafka entra nel guazzabuglio del cuore umano e vede l’uomo prigioniero del suo stesso linguaggio. L’uomo non sa di essere prigioniero del proprio linguaggio perchè ’ tutt’uno con esso, ne è l’incarnazione.
    Il linguaggio è una prigione dalla quale non si può uscire. Il prigioniero può chiedere di cambiare cella -di passare da un linguaggio ad un altro linguaggio – ma egli sa che ben presto odierà anche la nuova cella . L’unica speranza è di poter incontrare nel corridoio ,nel passaggio da una cella all’atra, il Signore che dice alla guardia : ” Questo qui non dovete rinchiuderlo più. Viene da me” ( aforisma di Zurao già citato in precedenza)
    Inutile cercar la verità dentro il linguaggio, inutile cercare la colpa.E colpevole il guardiano della Legge per aver impedito all’uomo venuto da lontano di varcare la soglia della legge ? Il guardiano appartiene alla Legge, è un servo della Legge, obbedisce agli ordini ,fa il suo dovere. Il Procuratore K. che è indignato nei confronti del guardiano e ne cerca la colpa , è messo con le spalle al muro . Non gli resta che accettare l’unica verità e cioè che ” la menzogna è la regola del mondo.”
    Il Prete che è con lui, il cappellano del carcere lo corregge :” Non bisogna credere che tutto è vero ,ma che tutto è necessario ”
    Un prete, un uomo di fede chiude il discorso sulla verità.

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    UN UOMO DI GARBO.
    Il Manzoni è ”uomo di garbo” per sua stessa definizione
    Quando don Abbondio e la Perpetua fanno ritorno alla canonica dopo il passaggio dei Lanzichenecchi, fra le altre macerie trovano nel focolare ”tizzi e tizzoni spenti che portano i segni della loro provenienza : erano stati le gambe di una sedia, le ante di una madia, le doghe della botticella dove don Abbondio teneva il suo buon vino che gli rimetteva lo stomaco.
    Erano, quei tizzi e tizzoni spenti ” i segni di un vasto saccheggio accozzati assieme come molte idee sottintese in un periodo steso da un uomo di garbo ”
    Dietro quei tizzi e tizzoni spenti c’era iil vasto saccheggio di una guerra che, a detta del Manzoni , ”dopo aver portato via,senza parlar de’ soldati, un milione di persone, a dir poco, per mezzo del contagio, tra la Lombardia, il Veneziano, il Piemonte, la Toscana, e una parte della Romagna; dopo aver desolati, come s’è visto di sopra, i luoghi per cui passò, e figuratevi quelli dove fu fatta; dopo la presa e il sacco atroce di Mantova; finì con riconoscerne tutti il nuovo duca, per escludere il quale la guerra era stata intrapresa.” (I Promessi Sposi p.590 )
    Le ragioni della guerra per la successione al ducato di Mantova erano state trovate nelle genealogie dinastiche ad opera di letterati ” perchè le guerre fatte senza una ragione sarebbero ingiuste ”
    Dietro quei ”tizzi e tizzoni spenti ”che sono i sottintesi manzoniani c’è una storia che si dispiega in profondità come un fiume carsico, c’è la storia di una umanità sopraffatta dalla dicitura di una ”feroce forza che fa nomarsi dritto ”
    Nel testamento di Adelchi c’è già la ragione del romanzo .
    Scrittore di garbo il Manzoni rispetta i suoi personaggi, concede loro l’ultima parola -”il sugo di tutta la storia ” e rispetta anche il lettore al quale regala le nozze,,quelle nozze che il lettore si aspetta da quel dì, da quando sulla ormai famosa stradicciola di campagna don Abbondio aveva incontrato i bravi che gli avevano riferito l’imbasciata di don Rodrigo ; ” questo matrimonio non s’ha da re ne domani , nè mai. ”
    Il Manzoni regala al lettore il finale da ”cantafavola”
    ”Un ballo di beneficienza” lo chiamerà il Manzoni quel regalo fatto al lettore mentre nel discorso della critica passa come ”il balletto della Provvidenza ”, una Provvidenza sollecita dei suoi beniamini ma distratta al resto del mondo
    Diversamente dal Manzoni, Kafka non è ”scrittore di garbo” e non fa beneficienza.
    Con impensabile e insospettabile malizia Kafka chiude il lettore dentro il suo stesso linguaggio -lo imprigiona dentro la sua stessa colpa – e poi gli chiede di scoprire la colpa e confessarla -” Dal Processo si esce soltanto dopo aver confessato ”.-
    Come può il lettore trovare la colpa quando lui stesso ne è l’incarnazione ?
    Come può la colpa vedere se stessa quando è ,essa stessa, la colpa?
    Il lettore -il colpevole – è messo all’angolo, Kafka gli ha legato le mani ”- gli ha versato da bere il vino suo medesimo ,quello che già gli ha dato alla testa ” ((abbiamo rubato la frase al Manzoni, si veda L’Introduzione alla Colonna infame)
    Poichè il personaggio è l’incarnazione del lettore e il lettore a sua volta incarna il personaggio cade il diaframma fra la similitudine e la realtà. ( si veda il racconto ”Delle similitudini”.)
    Usando lo stesso linguaggio del lettore Kafka riduce il lettore all’impotenza e gliela fa toccare con mano scaricandolo nel ”fossato” del non-senso, negandogli il senso del romanzo.
    Spetta al lettore dare un significato al romanzo.
    Per portare il lettore a riconoscere la sua colpa e a dare un significato al romanzo Kafka usa l’inganno ( fa cadere il lettore nella trappola del suo stesso linguaggio ) perchè ”La verità è indivisibile, perciò non può riconoscere se stessa ; chi vuole riconoscerla deve essere menzogna” (aforisma di Zurau ibidem pg 83 )
    Dal lettore Kafka vuole la metamorfosi e la confessione il lettore deve morire per risorgere con un nome nuovo, un nome che l’Artista immortalerà nell’oro,.( si veda il racconto ”Un sogno”)

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